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giovedì 26 dicembre 2013

UNO DEI TANTI PADRI DELLA REPUBBLICA

E dopo Degasperi, passiamo a VITTORIO EMANUELE ORLANDO

Parlare di Vittorio Emanuele Orlando non è facile. La sua bibliografia è interminabile.
Figura di spicco dell'Italia senza coscienza , dei compromessi parlamentari, della consorteria di Montecitorio,  quella in poche parole liberale , intraprende la strada dell'oblio sotto il governo di Mussolini per riapparire a guerra oramai terminata, nel 1944, dando il suo sporco contributo alla nascita della Repubblica italiana.
Oggi noi vorremmo concentrarci , grazie ad un volume in nostro possesso, sulla sua carica di rappresentante a Parigi della nostra Madre Patria , di colei che ha pianto i suoi 650 mila figli caduti  per l'Amor suo, per donare un avvenire glorioso al proprio Popolo.
"Nel novembre 1918, al termine della "Grande guerra", Orlando, ormai noto come il "Presidente della vittoria", cerca di promuovere l'affermazione degli interessi italiani nella ricostruzione del sistema politico europeo seguita al conflitto. A partire dal gennaio 1919, egli guida la delegazione italiana alla Conferenza di pace di Parigi [...]"
Con queste parole, il sito del Parlamento italiano , descrive la sua figura di presidente del Consiglio nelle ore tragiche della Conferenza di pace.
La Storia, tuttavia, è di tutt'altro avviso e la Verità apre le proprie ali per innalzarsi verso il cielo e mostrare tutta la sua bellezza , da decenni infangata dai prezzolati storici , crumiri dell'educazione nazionale.
Lo scritto che riporteremo è tratto dal primo volume:
STORIA DELLA RIVOLUZIONE FASCISTA di Roberto Farinacci ["CREMONA NUOVA", 1937].
Prima però, vorremmo incidere sul marmo della memoria , l' "involontario" epitaffio di questo signorotto, personaggio di primo piano dell'Italia infeconda e vigliacca  , deputato della Consulta Nazionale italiana prima, e della Costituente poi, apparso su "L’Ora" del 28 luglio 1925:
Se per mafia, infatti, si intende il senso dell’onore portato fino all’esagerazione, l’insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione, portata sino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma induge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte; se per mafia s’intendono questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tal senso si tratta di contrassegni individuali dell’anima siciliana, e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo“.  [ Intervento di Orlando al cinema Diana di via Ruggero Settimo] 
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 ROBERTO FARINACCI SULLA FIGURA DI S.E. ORLANDO


Orlando, che era stato il patrono di tutti i neutralisti e il garante della loro libertà, era anche un eloquentissimo avvocato degli accomodamenti parlamentari e il rettore delle passioni e dei problemi che non sentiva e non aveva inteso, e doveva guidare e risolvere . Era l'uomo politico più irresoluto e verboso che in quei tempi così drammatici avesse l'Italia al suo comando.
Come tale, egli viveva con tutto il suo vigore e con pieno respiro, siccome un attore illustre e felice, nel vecchio parlamento pre-bellico, dove le parole non convenivano ai fatti e i pensieri alle parole, dove la scena richiedeva periodi sonanti e condecenti per coprire il cinismo o l'ignoranza o le pratiche miserabili dei consorti di tutti i partiti. E i consorti odiavano le decisioni risolute e scherzavano con le idee sorridendo alle passioni, e tenevano per supremo scopo di vita il proprio dominio sul Parlamento, ch'era stato sempre il Comitato supremo dell'amministrazione piccolo-borghese, nemica delle grandi idee e delle imprese nobili e ardite.
Subito dopo l'armistizio , per il quale il Governo italiano aveva concesso agli alleati di sostituirsi alla nostra autorità in tutti i paesi dell'Impero distrutto e di fermare il nostro esercito come indegno della vittoria ch'esso aveva conquistato per tutti, S.E. Orlando avrebbe potuto indire le elezioni, raccogliere gl'Italiani concordi intorno al nuovo Governo, sul programma della pace da concludere, sul piano italiano della pace.
S.E. Vittorio Emanuele Orlando, grande giurista del diritto pubblico, non doveva, non poteva ignorare che la Camera vecchia era senza autorità, già consunta dagli anni della guerra, già distrutta dalla sua stessa o spudorata o dissimulata opposizione alla guerra.
Così, con delittuosa violenza, e con sovrumana insipienza S.E. Vittorio Emanuele Orlando si accinse a dirigere le sorti della Patria senza l'aiuto dei combattenti e senza le esperienze e l'anima della guerra; distrusse l'atout formidabile di quelle nuove energie che l'Italia nuova pur offriva al governo della Patria; si assunse il compito, questo retore del parlamentarismo, di dominare da solo una realtà più grande di lui, a lui ed ai sui invisa e straniera. L'onorevole Orlando non sciolse il Parlamento: la guerra era stata un male, il vecchio Parlamento era l'ideale Parlamento a por rimedio a quel male.
In queste condizioni il Capo del Governo portò a Parigi non l'autorità solenne del popolo vittorioso e la volontà giusta e generosa di una civiltà risorta che aveva donato al mondo delle Nazioni un altro trionfo, ma la coscienza della nostra antica miseria e inferiorità. Portò le contraddizioni verbali fra una pace wilsoniana, illuministica, mitologica, ed una pace storica e veramente duratura, come quella che avrebbe obbedito al principio della giustizia distributiva, che dà a ciascuno il suo, secondo i meriti e il valore e le garanzie obbiettivamente offerte e documentate. Portò infine la sostanziale vacuità retorica e la superficiale furbizia già in uso, splendidamente, nella Camera italiana dei deputati.
[…]
Orlando offrì invece ai potenti la sua sottomissione compiacente, confermò le prove della sua umiltà , offerse i titoli della sua ingenuità di uomo, accomodante e querulo , e disarmò la Patria. Egli era entrato nel Congresso dei Dieci senza esperienza di popoli, di uomini e di problemi, senza passioni e senza idee. Già mancava ai parlamentari italiani, nonché la conoscenza, sì l'animo di una visione mondiale della politica delle Nazioni.
Avevamo regalato – considerare la cosa da un punto di vista strettamente diplomatico – la nostra neutralità nel 1914; avevamo negoziato infelicemente nel 1915 il nostro intervento, trascurando le clausole precise e concrete per l'Oriente e per le Colonie, per gli aiuti finanziari ed economici; avevamo regalato , senza discutere , i nostri soccorsi contro la Bulgaria; avevamo sostituito la Russia contro l'Austria, senza definire i nuovi obblighi degli alleati, secondo lo spirito e la lettera del patto di Londra, che pure obbligava ka Russia a mantenere un minimo di forze contro il comune nemico ; avevamo distrutto l'Impero di Austria, che il patto di Londra , prevedeva ancor vivo e vegeto per il giorno della pace.
[…]
Ora Francia e Inghilterra ostentavano il fastidio del padrone che non ha più bisogno del servo. Orlando riconosceva tale padronanza , non osava discutere le parole e le pretese dei signori, sperava tutto dalla propria riguardosa sottomissione , quasi che le decisioni della Conferenza, le più inique e le più assurde , potessero escludere l'Italia da ogni loro funesta conseguenza, come la venivano escludendo da una gusta compartecipazione alla difesa e al progresso della comune civiltà europea , in ogni parte della terra.
Orlando era tollerato perché si faceva tollerare.







lunedì 11 marzo 2013

ASSASSINI pt. II Ovvero : lo strano caso dell'inchiostro simpatico.


C'è una svolta nella storia trattata tempo fa:
E' di oggi la notizia che i due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non torneranno in India . Nasce così una controversia internazionale tra l'Italia e l'India.
Quanto disonore per la disgraziata patria italiana.
Latorre e Girone sono colpevoli di aver ucciso due soldati del lavoro , due pescatori indiani.
Probabile confondere la canna da pesca con la canna del fucile solo in un libro di narrativa anonimo, dove l'autore , smemorato e al suo primo libro, non descrive nei particolari i personaggi della sua storia. In mare è più difficoltoso.
La prova , inutile a dire il vero, che il governo italiano continui orgogliosamente a rivendicare la sua paternità nell'8 settembre , è dato dal comunicato pubblicato oggi:
''All'indomani della sentenza del 18 gennaio 2013 della Corte Suprema indiana l'Italia ha proposto formalmente al Governo di New Delhi l'avvio di un dialogo bilaterale per la ricerca di una soluzione diplomatica del caso, come suggerito dalla stessa Corte, là dove richiamava l'ipotesi di una cooperazione tra Stati nella lotta alla pirateria, secondo quanto prevede la citata Convenzione UNCLOS. Alla luce della mancata risposta dell'India alla richiesta italiana di attivare tali forme di cooperazione, il Governo italiano ritiene che sussista una controversia con l'India avente ad oggetto le regole contenute nella predetta Convenzione e i principi generali di diritto internazionale applicabili alla vicenda''.
Portando indietro le lancette, si cerca di legittimare la natura ignavia italiota.
Con un colpo di spugna si cancella dalla mente del lettore l'ordine cronologico degli avvenimenti – se non gli avvenimenti stessi - e si porta sul proscenio , l'eroismo del Governo.
Quanta malafede! Quanta ignominia!
Con una richiesta del tutto particolare – rientro in Italia per il voto – per un caso così delicato , lo Stato italiano ha beffeggiato uno Stato straniero. Una richiesta di 4 settimane per votare .
Richiesta concessa dallo Stato dell'India ma che in realtà poteva essere elusa seguendo il codice per i militari in missione all'estero.
La risposta del ministro – per conto – Terzi non si fa attendere: "E' uno sviluppo molto positivo e provo grande soddisfazione. Anche perché la decisione conferma il clima di fiducia e collaborazione con le autorità indiane e lascia ben sperare per un positivo esito della vicenda".
Ed oggi, a poche settimane dalle dichiarazioni gioiose del ministro degli Esteri, la notizia del 'gabbo' al paese della curcuma.
“Niente marò” urlano , in concerto, il ministro della Giustizia e della Difesa.
Si sono ricordati , probabilmente, che “ il Governo italiano ritiene che sussista una controversia con l'India avente ad oggetto le regole contenute nella predetta Convenzione -UNCLOS- e i principi generali di diritto internazionale applicabili alla vicenda” .
Caso chiuso quindi. Uno scatto d'orgoglio ha permesso ai due marò di cittadinanza italiana , di rimanere in Italia.
Gettiamo tutto nel camino...
Fermi! Qualcosa non è chiaro. Quel comunicato sembra che abbia ben altre parole al suo interno...perbacco!
Ma tu guarda. Con il calore , le parole scritte con l'inchiostro a base di limone appaiono ai nostri occhi: “niente elicotteri, niente marò”.
Ora sì che si comprende l'atteggiamento del governo. Non comprendete?
Provate a salire di qualche riga. Bene. Lì è la risposta.
“In concerto con il ministro della Giustizia e della Difesa”.
Quella solerte Giustizia italiana che,giusto poche settimane fa, fa esplodere il caso delle tangenti per la commessa dei 12 elicotteri AgustaWestland, controllata da Finmeccanica e che portao l'India a rinunciare alla rimanenza dell'ordine – 9 elicotteri - e ad affidarsi alla Francia -o ad altri Stati-.
Forse una decisione presa in concerto con il ministro della Difesa?
Vendere elicotteri ad uno Stato che condannerà due militari di cittadinanza italiana, avrebbe indignato migliaia di persone e impensierito il governo?
Oppure è stata più “semplicemente” una mossa oligarchica, attraverso le toghe, che ha portato :
  1. al crollo delle azioni di una delle più grandi aziende italiane conosciute nel mondo
  2. a liberare dal vincolo contrattuale lo Stato italiano - l 'India ha rifiutato il proseguo del contratto -
  3. a creare la controversia internazionale tra Italia e India per i due marò ?
Non lo sapremo mai , finché uomini onesti non saliranno al potere e getteranno i faldoni dei 'segreti di Stato' più o meno ufficiali, nelle strade e nelle piazze alla mercé del Popolo.
Nel frattempo non rimane che osservare affranti quello 'scodinzolar' di tricolore intorno al “coraggioso” padrone .

mercoledì 28 novembre 2012

LEX PACIFERAT

Tremano molti italiani dinanzi a questo simbolo.
Balbettano tanti cittadini pronunciando il suo nome.
Eppure , cosa cambia dal presente, è per noi di difficile comprensione.
Forse perché non è sottoposta alla direzione dei vari letamai nazionali ma esclusivamente ai gioverni attraverso il Cimin?
Ma si può sapere cosa cambia?
Quando mai l'Arma dei carabinieri ha difeso la sovranità di questo Popolo? Quando mai ha risposto a ordini dettati a tutela del Popolo?
Chi paventa un futuro di poliziotti super equipaggiati in ronda per le strade della città  non erra , tuttavia,  la causa non risiede certo nella nascita d'una gendarmeria europea .
E' un progetto ben più remoto e si lega indissolubilmente al secondo conflitto mondiale.
La seconda guerra mondiale ha definitivamente cancellato una qualsivoglia forma di sovranità nazionale.
Da decenni, d'altra parte, uomini di cittadinanza italiana, muoiono in "missioni di pace" all'estero sotto lo stemma della Nato e, i loro corpi rimpatriati, vengono avvolti nel tricolore.
Questo accappona la pelle. Giovani sprovvedute vite troncate per un progetto di conquista mondiale da parte della plutocrazia apolide che, nei governi social democratici , trova il suo braccio operativo.
Lo spettacolo è così lapalissiano che nessuno lo nota.
Invece, basta gettare l'allarme di un complotto di stampo orwelliano  e migliaia di italiani sentono le mutande inumidite. Come mettere un'etichetta nuova ad un cappotto usurato e, voilà, può tornare al centro della vetrina per l'inverno che verrà .
E così, in questa notte piovosa, il conte Klemens von Metternich torna a farci visita, bisbigliando tra le lenzuola, una dolce ninna nanna:
"La parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle".